Archive for the ‘Not a straight story’ Category

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Il funerale dei vivi

Il funerale dei vivi

E’ vero, sono sparito da un po’, ma quello che conta è  rimanere vivi, per due motivi:

- Il primo è che ci stiamo noi stessi riorganizzando, cercando di trovare una struttura più efficiente in modo da non permettere alla nostra idea di blog di assopirsi.

- La seconda è perché capita a tutti, chi prima chi poi, di morire, ma non succede invece tanto spesso di partecipare (da vivi) al proprio funerale.

Felix ”Bush” Breazeale l’ha fatto nel 1938, 5 anni prima della sua morte: questa è la sua, e la nostra storia.

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Lo stato dell’arte

Lo stato dell’arte

Cosa serve per potersi autoproclamare uno che ‘di arte ne sa’ ? Quanti sono i quadri che bisogna aver visto, i pittori che è necessario aver studiato, gli stili che vanno analizzati, quante sono le correnti artistiche delle quali bisogna essere a conoscenza per potersi definire amanti dell’arte? La storia dell’uomo e dell’arte è molto lunga e da quando il sistema educativo ha smesso di imporci di studiarne l’evoluzione tramite la scuola dell’obbligo, non tutti poi si ricordano chi ha dipinto cosa o portano avanti la propria passione (o talento) seguendo avidamente la moderna forma d’arte. C’è qualcosa che però non mi ha mai convinto, qualcosa che mi ha fatto sempre dubitare del peso specifico, dell’importanza, del valore dell’arte di oggi. Continue Reading…

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Gente che cammina: la storia di Ryan Larkin

Gente che cammina: la storia di Ryan Larkin

Sono diversi i modi per raccontare una storia: quello che comprende ogni minimo dettaglio, anche il più marginale, non importa; quello che va dritto al sodo; quello che vien bene solo se raccontato da qualcuno in particolare e quello che salterà sempre fuori con le stesse identiche parole della prima originale versione. Ci sono diversi modi per raccontare una storia, come tanti possono essere i motivi per farlo. Soldi, fama, inganno, intrattenimento, fascino.

In più riprese, all’interno del documentario “Ryan Alter Egos”, che racconta dell’animatore Ryan Larkin e del backstage del corto a lui dedicato ‘Ryan’ (vincitore del premio Oscar nel 2004), si cerca di dare un senso a tutto questo: quali conseguenze porterà alla già fragile vita di Ryan? Quale il motivo che spingeva Chris Landreth (l’autore di ‘Ryan’) a voler far tornare di dominio pubblico una triste storia come quella di uno dei più promettenti animatori canadesi degli anni 70? Scene forzate, superflue, inserite per dimostrare la propria buona fede solo perchè ai tempi Larkin era ancora vivo. Ma raccontare una storia non ha nulla a che fare con modi e motivi. Nè con la vita o la morte. Raccontare una storia come quella di Ryan Larkin significa parlare di arte, talento, scelte e fragilità, perchè come lo stesso Landreth si premura di precisare: “Siamo tutti fottuti, chi in un modo chi in un altro. È questo che rende le storie della nostra vita così interessanti.”

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I’m with Coco: il caso “O’Brien”

I’m with Coco: il caso “O’Brien”

Gli Stati Uniti sono i re dell’intrattenimento televisivo. Serie televisive vendute in tutto il mondo e format copiati e riciclati, ma  soprattutto, sono i padri indiscussi del talk show e dei one man show. Nomi come Jay Leno, David Letterman, Conan O’Brien o Jon Stewart gli altri paesi se li sognano. In Italia, per esempio, solo Luttazzi ha provato a creare qualcosa che assomigliasse a loro, ma sappiamo tutti come è andata a finire. Ebbene quest’anno gli Stati Uniti hanno assistito anche loro ad una situazione mediatica simile a quella passata da Luttazzi. Questa è la storia della Morte, Resurrezione (televisiva) di Conan O’Brien, capace di prendere il posto di Jay Leno alla guida del celebre Tonight Show, essere costretto a lasciare dopo soli sette mesi e tornare alla ribalta grazie alla clamorosa sommossa social-mediatica che ne è scaturita.

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The Bechdel Test

The Bechdel Test

Alison Bechdel, classe 1960,  è una fumettista statunitense. Di recente (2006) ha raggiunto una certa notorietà grazie alla sua ultima fatica, Fun Home. A Family Tragicomic: una novel che più che graphic, viene definita memoir novel per avere la caratteristica di essere un fumetto autobiografico. Più che parlare dello strepitoso successo raggiunto da questa autrice con il suo ultimo fumetto, vorrei raccontare perchè il suo nome sia oggi accostato ad un test cinematografico.

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Il padre di tutti gli Spoiler

Il padre di tutti gli Spoiler

Era il 1977 quando la madre di tutte le trilogie usciva al cinema con il suo primo film. Star Wars Episode IV: A New Hope sbalordì l’intero mondo per la sua strabiliante performance grafica e per una storia che già dal titolo (una trilogia che parte dal quarto episodio!?) prospettava misteri irrisolti e affascinanti battaglie stellari. Se poi il film ti propone un incipit del calibro di “A long time ago, in a galaxy far, far away…” allora ti rendi conto di stare per assistere a qualcosa che ti rimarrà nel cuore. Non è del film, amato da milioni di fan e ignorato da altrettante ragazze pronte a sminuircelo, che vi voglio parlare. Nemmeno del perchè in Italia Darth Vader sia stato sostituito con il più pronunciabile Lord Fener, ma del segreto che sconvolgente chiude il secondo capitolo, e che qualcuno aveva già svelato, due anni prima della sua uscita.

Il padre di Luke….il padre, di tutti gli Spoiler! Continue Reading…

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Una che fa paura

Una che fa paura

Chloe Grace Moretz ha solo 13 anni. Eppure c’è già chi è pronto a scommettere su di lei come ad una futura attrice di cui si parlerà parecchio. Io sono uno di loro, perchè anche se in Italia l’abbiamo soprattutto notata per il suo ruolo di sorellina-psicologa in 500 giorni insieme (in marginale supporto ad un altro giovane talento del calibro di Joseph Gordon-Levitt), Chloe ha dimostrato soprattutto in altre pellicole, ancora inedite in Italia, di essere una che fa paura.

E non solo perchè ha fatto solo horror e splatter.

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L’Italia che non c’è, non ci sarà

L’Italia che non c’è, non ci sarà

Arrivederci, Italia. Il titolo di un articolo che ho trovato stamattina sul nuovo numero del Time. Un morbido saluto dal quale trapela rabbia e malinconia. Non è difficile immaginare, per noi che abbiamo tra i 20 e i 30 anni, di che cosa quell’articolo si accinge a raccontare: di noi. Di tutti quei giovani che la macchina Italia gli sta stretta, perchè i sedili sono pochi e l’unica marcia che riusciamo ad ingranare è la folle. La cosa che più fa rabbia, a noi precari senza pensione ma con troppi sogni e ambizioni, è che per questa decrepita penisola ingolfata, di meccanici che riuscirebbero a sistemarla ce ne sarebbero in giro un sacco. Sì, sempre gli audaci noi. “Chi ce lo fa fare?” : parlando con tanti amici, tanti ragazzi, questa è la domanda che mai nessuno ha tirato fuori. Perchè? E’ paradossale, ma nessuno ci ha mai chiesto di farlo. Continue Reading…

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Il cielo sopra Foxconn City

Il cielo sopra Foxconn City

E’ stata fondata nel 1974 dal magnate Terry Gou, oggi conta filiali in tutto il mondo e quasi 1 milione di dipendenti, di cui l’85% al di sotto dei 30 anni. La Foxconn è oggi una delle maggiori produttrici di componenti elettronici: tra i suoi clienti spicca la Apple (con la produzione del nuovo Iphone 4), ma anche Nokia, Dell, Hp, Motorola e tanti altri. In Italia si sa poco di questa grande multinazionale taiwanese (sottocasa dell’ Hon Hai Precision Co Ltd), ma è grazie a lei se milioni di persone oggi impugnano con orgoglio gli ultimi modelli di cellulari e lettori Mp3. E’ grazie a lei se 10 operai cinesi si sono buttati dai tetti delle sue fabbriche.

Se il 50% dei suoi impegati vivono e lavorano in condizioni disumane.

Era il 1988 quando la Hon Hai Precison decise di aprire uno stabilimento della Foxconn in Cina. Quell’enorme complesso, che oggi copre una superficie di 3 km2 e che coinvolge circa 450 mila operai (la metà della forza lavoro globale) provenienti da ogni parte del paese, viene spesso soprannominato Foxconn City, e comprende 15 fabbriche con dormitori annessi e un complesso commerciale. I lavoratori mangiano, vivono e dormono all’interno di Foxconn City.

Questa la premessa, poi sono arrivati i suicidi.

Il primo a farlo, si chiamava Sun. Continue Reading…

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“I’m on a horse”. L’apoteosi del viral marketing

“I’m on a horse”. L’apoteosi del viral marketing

Isaiah Mustafa ha fallito come giocatore pro di football americano. Anche come attore non è che abbia fatto granchè. Eppure oggi milioni di persone sanno chi è. Non per il nome, quello l’ho appena scoperto pure io; ma le sue smorfie, la sua postura, il suo carisma e la sua parlantina tanto ammiccante quanto bacchettona sono inconfondibili . Isaiah è il protagonista degli spot più efficaci e virali del 2010: quelli di Old Spice. L’avete vista tutti, e avete riso. Un sacco. L’avete condivisa sui vostri social network e l’avete commentata senza fine. Per giorni. Se ancora non vi viene in mente, eccola qui.

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