Prima di scrivere qualsiasi cosa, devo fare una premessa: Io .Odio. Il .Design. In ogni sua forma ed espressione, senza alcuna eccezione. Ammetto però che quando ho letto questo articolo del NyTimes, l’ho fatto senza pregiudizio. Forse era solo distrazione, ma tant’è: non mi ero accorto che fosse un articolo inserito nel blog del Times, intitolato Culture, e c’è una cosa che ho imparato nella mia lunga esperienza da internauta.
La nostra è la generazione che ha visto nascere la rete nella sua forma commerciale; siamo quelli che hanno visto la rete evolversi dal 56k alla banda larga, da geocities a facebook, da napster ai torrent; siamo stati gli argonauti e ora i rinascimentali della rete. Quello che ho imparato è che qualunque blog o editoriale o qualsivoglia scritto che nel proprio titolo ha la parola cultura, questo con la cultura non c’azzecca mai molto. Senza divagare troppo sull’origine etimologica del termine, oggi la cultura (european & american speaking) si limita a studiare e scrivere di come ci si veste, cosa si beve e, su tutti, del (noioso) design.Una cosa che io odio profondamente e che ho capito ridursi a questo: il design è riciclo. E’ prendere la realtà per modificarne solo la sua componente estetica. Non vi è invenzione. Non vi è innovazione.
Vi è solo componentistica, modellazione e ricercata morbidezza delle forme. In altre parole, futilità (un lavandino che mi costa il doppio perchè è disegnato da un designer d’interni, resta sempre un lavandino). E’ per questo motivo che molto spesso, quando una discussione entra nel merito del “Design”, non trovando le argomentazioni dell’occasionale controparte abbastanza soddisfacenti e convincenti, mi senta frustrato dall’influenza del “Design” nella gente. E che poi questa frustrazione finisca per scaricarla in un post che dovrebbe parlare di tutt’altro. Ora basta. Ora parliamo di Milano vista da un americano, da un designer che si crede cittadino milanese.
Lui è J.J Martin, scrive per il NyTimes e suppongo abiti qui a Milano da un po’. Il titolo dell’articolo apparso ieri sul NyTimes la dice lunga sulla propensione di JJ a sentirsi integrato nell’ambiente che tanto brama (no, non Milano città, ma Milano Design): “You know you’re a Milan insider when…”. Segue subito dopo una lista di 20 elementi che dovrebbero contraddistinguere chi è riuscito ad integrarsi nella (pura?) vita milanese da chi no. Quanto questa lista rispecchia la realtà? Zero. Secondo J.J. sei un vero cittadino milanese quando:
1. You have your own knife at Controvapore.
2. You get invited to Rossana Orlandi’s design space on a Sunday for her off-hours, friends-only salons.
3. You order a made-to-measure bicycle at Cicli&Co.
4. You use the side entrance at Zucca and drink standing.
5. You borrow a toddler to get access to the Giardini di Villa Reale.
6. Carlo Cracco, Fabio Novembre, Matteo Marzotto and 37 other bigwigs invite you to join Siamo Milano, Milan’s first urban cheerleading team.7. You never actually have to order breakfast — your neighborhood barman just knows.
8. It turns out your tailor works at Versace.
9. You’re never turned away for a garden table at the Bulgari Hotel.10. You spend hot nights at the Anteo Spazio Cinema: movies that are not dubbed, and the best A/C in town.
11. Giorgio Armani gets up to greet you at your table at Armani/Nobu.12. You have a charge — and delivery — account at Peck.13. You learn to park on the sidewalk.
14. You are never in the city on a weekend, a bank holiday or during the month of August.
15. Barring emergencies, you never, ever fly out of Malpensa.
16. The metal detector goes off at Linate and the security guards wave you through anyway.
17. You can tell just by looking if the pizza crust, cappuccino froth or mozzarella ball is off the mark.18. You don’t order fish on Monday.19. You realize you can negotiate for a discount in any retail store.
20. You know the magic words for the doorman at Plastic: ‘‘Stefano Gabbana.’’
Vorrei quindi partire con ordine. Perchè in questa lista ci sono alcuni punti su cui avrei qualcosa da dire (da cittadino milanese): cioè 19, quasi TUTTI.
1.2.3.4 : Design. Design. Design. Design. ti odio;
5: ci entri anche senza bambini. Basta essere cortesi, gentili e curiosi;
6: su questo vi rimando alla parte 2 di questo articolo. Siamo Milano è tutto ciò che Milano NON è;
7: se fai colazione tutti i giorni, nello stesso posto, in ogni luogo del pianeta, prima o poi in confidenza col barista ci entri;
8: i milanesi non vanno dal sarto. non hanno tempo;
9: Bulgari Hotel? Seriously!?
10: Questo sì. L’unico punto su cui essere d’accordo;
11: Nobu. No;
12: Peck è design;
13: Anche questo è vero! è molto Milanese, non un vanto!
14: Ci sono un sacco di cose che meritano, a Milano, nei weekend;
15: I designer VANNO a Malpensa; i milanesi, a Orio al Serio;
16: Questa non è Milano, è l’Italia; non perchè ti fanno passare, ma perchè il metal detector è rotto;
17: Ogni italiano lo sa; sempre;
18: grazie;
19: meglio i mercati;
20: …senza parole…
Insomma, per concludere questa prima parte, il signor JJ Martin Milano non la conosce affatto. Conosce una parte, una casta, un elite: quella che ti fa vedere Milano chiuso in studi fotografici e perso tra i capannoni da settimana della moda; quella che Corso Como e Via MonteNapoleone. Quella Milano che vedi uscire all’ora di pranzo dalle sfacciate scuole private, a bordo di Minicar e arroganza minorile. Quella che al diciottesimo ti regalano la minicabrio, che la sera con gli occhiali da sole sfumati grigio; quella che l’Hollywood, l’Old Fashion, la borsa di Louis Vitton, gli occhiali da nerd (design) e la sciarpetta al collo. I pantaloni a sigaretta da punk anni 80 e la camicia a quadretti.
Milano è da molti anni che sfoggia con orgoglio (prepotenza) la propria elite manageriale/designer, spacciandola per unica ed incompresa. La realtà è che Milano è un altra cosa. Milano, quella vera, è la parte 2 (appena la scrivo).

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