Arrivederci, Italia. Il titolo di un articolo che ho trovato stamattina sul nuovo numero del Time. Un morbido saluto dal quale trapela rabbia e malinconia. Non è difficile immaginare, per noi che abbiamo tra i 20 e i 30 anni, di che cosa quell’articolo si accinge a raccontare: di noi. Di tutti quei giovani che la macchina Italia gli sta stretta, perchè i sedili sono pochi e l’unica marcia che riusciamo ad ingranare è la folle. La cosa che più fa rabbia, a noi precari senza pensione ma con troppi sogni e ambizioni, è che per questa decrepita penisola ingolfata, di meccanici che riuscirebbero a sistemarla ce ne sarebbero in giro un sacco. Sì, sempre gli audaci noi. “Chi ce lo fa fare?” : parlando con tanti amici, tanti ragazzi, questa è la domanda che mai nessuno ha tirato fuori. Perchè? E’ paradossale, ma nessuno ci ha mai chiesto di farlo.
C’erano una volta i Gastarbeiter (lavoratori ospiti), nostri padri che a partire dagli anni ’50 partivano verso l’Europa continentale alla ricerca di lavori umili, duri e malsopportati (minatori su tutti).
Erano gli anni in cui la ripresa economica ripartiva a suon di carbone. E noi subivamo gli insulti e le lamentele che già verso la fine dell’ottocento e i primi del novecento ci eravamo abituati a sostenere quando allora erano i nonni e i bisnonni a partire per l’America. Poveri. Eravamo poveri e senza istruzione. Espatriare era l’unica ambizione, l’unica speranza per un futuro migliore, seppur incerto. Oggi le cose sono cambiate. Oggi il numero di laureati italiani con un età compresa tra i 25 e i 39 anni che lasciano il Belpaese è salito da 2’540 nel 1999 ad almeno 4000 nel 2008. Lo sappiamo. Lo sentiamo e viviamo sulla nostra pelle ogni giorno. E infatti non è sul fenomeno che voglio concentrarmi, ma solo su una parte di esso. Solo sulla sua deriva.
Dire cosa c’è che non va è futile, per cui mi limito a stilare un elenco: gerontocrazia invece di meritocraza, un sistema politico vecchio, logoro e ridondante, precariato, nepotismo. Chiaccherando con un amica, alla quale chiedevo qualche consiglio su come muovermi, dove propormi, come rendere più appetibile la mia posizione, lei mi ha laconicamente risposto di cominciare a scrivere in inglese, che qui in Italia cominciano a darti retta, a fidarsi di te solo se hai più di 30 anni. Lo stesso concetto di cui parla anche il Time per bocca di Federico Soldani, 37enne epidemiologo (che oggi lavora a Washington D.C) che sottolinea:
“You’re not considered experienced based on your CV, on your ability or according to your skills, but just based on your age. When you are under 40, you are considered young.”
Dunque la deriva. Che cosa stiamo realmente facendo per prendere in mano la situazione? Possiamo realmente fare qualcosa? Quello che sto per dire si basa in gran parte sulla mia esperienza personale. Conosco molte, moltissime persone che hanno deciso di andar via. Il perchè l’abbiamo già appurato, ma non è ovviamente il solo. Ci sono anche ambizioni personali, ci sono motivazioni che spingono a non riconoscersi in queste strade, in questi cieli e in questi luoghi. C’è chi scappa per voler costruire una vita diversa che madre natura ci ha imposto nascendo qui in Italia. C’è chi lo fa per amore. Le motivazioni sono fin troppe per poterle riassumere. L’articolo del Time racconta, come mille altre volte mi sono sentito dire, che un esperienza all’estero è importante perchè ti aiuta a vedere cosa c’è fuori, al di là degli Oceani e dei venti, poi tornare e mettere le tue nuove conoscenze al servizio del paese per vecchi. Io non ci credo.
Chi parte spesso sceglie porti sicuri, dimenticandosi che l’isola di Tortuga è un altra cosa, o forse semplicemente ignorandola. Andare in America, in Europa, o l’incantevole Australia ti aiuta a conoscere civiltà diverse ma troppo simili alla nostra. E chi va oltre spesso si porta dietro un bagaglio emozionale troppo turistico. Il mondo è troppo vasto per bramarlo tutto. Io che qualche anno fa ho vissuto una breve esperienza a New York ho imparato cos’è l’indipendenza, cos’è la responsabilità e la vita lontano da casa, in solitudine. Ho imparato, come analogamente tutti i ragazzi che ogni semestre partono in Erasmus, che ci sono tante persone che la pensano in modo diverso. E ho imparato ad amare quei pensieri.
Ho imparato che quei momenti di vita e quelle emozioni rimarranno circoscritte in una parentesi. Non ho imparato a sfruttarla (forse per mia colpa) per migliorare la mia società, il mio paese, anche solo il mio quartiere. Perchè spesso chi vive un’esperienza così ne è poi troppo geloso, ne è talmente entusiasta che di fronte al primo scettico la reazione più comune è quella di supponeneza, di quel “non puoi capire” che quasi sembra elitario. Io stesso ho reagito così, molte volte. E oggi mi dicono che sono invidioso. Sono solo malinconico. E’ parlando, confrontandoci, litigando e abbracciandoci che capiremo l’unica cosa che ci resta: scegliere. Possiamo ancora scendere dalla macchina e scegliere cosa fare. Chiedere un passaggio a qualcun altro o guardarci negli occhi e cominciare a spingere. Non buttiamo le nostre esperienze all’estero. Non limitiamole solo ad un “io ho fatto,io sono stato“. Insegnamo a quelli che verranno come si mette la prima, perchè seduti sui sedili staranno molto meglio che fuori a spingere con noi.
Oggi la nostra macchina non ha il freno a mano tirato. E’ solo in folle.

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