Sono diversi i modi per raccontare una storia: quello che comprende ogni minimo dettaglio, anche il più marginale, non importa; quello che va dritto al sodo; quello che vien bene solo se raccontato da qualcuno in particolare e quello che salterà sempre fuori con le stesse identiche parole della prima originale versione. Ci sono diversi modi per raccontare una storia, come tanti possono essere i motivi per farlo. Soldi, fama, inganno, intrattenimento, fascino.
In più riprese, all’interno del documentario “Ryan Alter Egos”, che racconta dell’animatore Ryan Larkin e del backstage del corto a lui dedicato ‘Ryan’ (vincitore del premio Oscar nel 2004), si cerca di dare un senso a tutto questo: quali conseguenze porterà alla già fragile vita di Ryan? Quale il motivo che spingeva Chris Landreth (l’autore di ‘Ryan’) a voler far tornare di dominio pubblico una triste storia come quella di uno dei più promettenti animatori canadesi degli anni 70? Scene forzate, superflue, inserite per dimostrare la propria buona fede solo perchè ai tempi Larkin era ancora vivo. Ma raccontare una storia non ha nulla a che fare con modi e motivi. Nè con la vita o la morte. Raccontare una storia come quella di Ryan Larkin significa parlare di arte, talento, scelte e fragilità, perchè come lo stesso Landreth si premura di precisare: “Siamo tutti fottuti, chi in un modo chi in un altro. È questo che rende le storie della nostra vita così interessanti.”
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